Epifania

Pasqua Befanì (Pasqua Epifania)

Nelle forme arcaiche dei dialetti della Puglia, la Befana era pronunciata in ‘La Paska de la befenìe’, ‘abbefanì’, ‘befénì’, ‘bufanì’. Nella lingua barese è tuttora “Pasqua Befanì” (Pasqua Epifania). Nel calendario il 6 gennaio si festeggia appunto Pasqua Epifania che vuol dire preannuncio della Pasqua e si festeggia l’onomastico femminile Pasqua.L’etimologia della parola Befana deriva dal tardo latino epiphania e dal greco epipháneia derivazione di epiphaìnomai, che significa: apparire ovvero: ‘Festa dell’Apparizione della Luce’ e quindi ‘Manifestazione della divinità’.

In un articolo di Enrico Annoscia, il 5 gennaio 1997, nella presentazione del volume di A. Braja: «Le parole raccontano» Edizione Einaudi, ha scritto che «… La befana era la guardiana delle fonti e del focolare, che spaventava i bambini e li inghiottiva. La sua figura è comune al fuoco (in seguito al camino) perché nell’Epifania sono convenuti i rituali dell’inizio dell’anno, come l’accensione dei roghi. Epifania è entrata nell’uso canonico soltanto nel II-III secolo presso la Chiesa D’Oriente per ricordare la nascita di Gesù e le prime manifestazioni della sua divinità nei tre momenti: adorazione dei Re Magi, battesimo nel fiume Giordano, miracolo della trasmutazione dell’acqua in vino alle Nozze di Cana. Lentamente si sovrappose fino a sostituirsi a precedenti celebrazioni pagane – dalla nascita del Sole alla benedizione delle acque nei culti di Diòniso e di Osiride – e fu presto sentita e celebrata come un’importante festa dell’inizio dell’anno oltre che un preannuncio della Pasqua: è infatti detta anche Pasqua Epifania. Dal V secolo in poi – integratisi i riti d’Oriente e d’Occidente rimase con il solo significato della manifestazione della divinità del Cristo al mondo pagano con i Re Magi in sua adorazione. Questa solennità si arricchì presto di tradizioni popolari, legate sempre all’arrivo dei Re Magi con i loro magnifici doni, nonché all’inizio del ciclo annuale e al culto delle acque, con conseguente benedizione dei fiumi, annunci di fidanzamenti e scambio di doni. Ed ecco qui che l’Epifania diventa prima «Befana» e poi «befana» che rappresenta il risvolto profano della festa. La trasformazione dei Magi in una quasi strega, vecchia, sdentata, volante a cavallo di una scopa a mo’ di deltaplano, che dispensava regali ai bambini, appare pertanto un residuo di vecchi riti pagani magico-religiosi, perfettamente in sintonia col paganesimo consumistico dei nostri giorni».

La giornalista Enrica Simonetti in un articolo scritto il 6 gennaio 1996 è ben convinta che «… la Befana è la donna più famosa del mondo. Il suo mito resiste ai secoli, alle civiltà, alle tradizioni. La vecchia che vola sulla scopa si perde nella notte dei tempi: esisteva già nelle comunità del paleolitico, era conosciuta nei primi agglomerati agricoli di tutti i Paesi mediterranei, con Italia e Turchia in testa. Notti magiche, attese e paure in tutte le epoche della nostra storia. Oggi la stessa attesa magica e misteriosa sopravvive ai figli del consumismo, ai bambini soffocati dai miti della tv. Fantasie legate ad una sola tradizione: quella del focolare, della famiglia e del culto della bontà».

A Bari la festività dell’Epifania, più di cinquant’anni fa, era molto sentita soprattutto dai bambini che l’aspettavano con più gioia e… timore.

Essi erano invogliati dai genitori a lasciare la letterina e preparare, sul tavolo della cucina “la beffètte”, il piatto di dolci natalizi, un paio di mandarini, un po’ di frutta secca, un bicchiere di vino e un bicchierino di rosolio nella speranza di accattivarsi la brutta vecchietta sdentata a lasciare più doni e meno carbone nelle loro calze e scarpe.

Allora, ci si credeva ciecamente alla Befana fino all’età di dodici-tredici anni, poi d’incanto svaniva quest’atmosfera magica della simpatica-severa vecchietta, quando scoprivano o venivano a sapere dai loro coetanei che, la Befana non era altro la loro dolce mamma.

Andando a ritroso, un’altra mitica befana fu, dopo gli ultimi anni Venti del secolo scorso, fino alla fine della guerra mondiale, la «Befana Fascista», dispensatrice di doni e gratitudine anche per gli adulti ossia: a maestri e impiegati delle pubbliche amministrazioni, oltre che ai figli di determinate categorie di famiglie.

Negli anni Cinquanta, un’altra mitica Befana fu quella del «Vigile Urbano». A quei tempi non c’erano i semafori e, le guardie municipali, regolavano il traffico all’incrocio delle principali strade del centro. Fu una consuetudine vedere delle pedane circolari alte settanta-ottanta centimetri dove il vigile, guardiano di un traffico meno caotico di oggi, con regolari movimenti di braccia e con il fedele fischietto impertèrrito svolgeva il servizio con rigorosità.

Il giorno 6 gennaio gli automobilisti riconoscendo l’utilità del servizio che prestava il vigile, scaricavano soddisfatti, ai piedi della pedana, ammirati sotto gli occhi di numerosi e curiosi pedoni fermi ai bordi dei marciapiedi, una gran quantità di bottiglie di spumante, panettoni e altre leccornìe del periodo natalizio. Si osservava soddisfatti, lunghi cortei di autovetture festanti che di anno in anno diventava una vera e propria processione, mentre le autorità e istituzioni, in testa il Comune di Bari offrivano ai bambini poveri della città un lauto pranzo e giocattoli.

Nel 1969 anche questa ricorrenza fu eliminata per via d’ingorghi e intralci alla circolazione ma altri motivi ben più trasparenti indussero ad eliminare la popolare ricorrenza; la «Befana» non era più sentita dagli utenti della strada ed era diventato sempre più un pretesto per manifestazioni chiaramente pubblicitarie alle quali i vigili non volevano prestarsi, soprattutto era diventata l’occasione per taluni di sfogare anonimamente, quasi un giustificato risentimento nei confronti dei vigili, per questo il comandante del Corpo, il colonnello De Leo, decise di dare un taglio netto vietando la tradizionale manifestazione della «Befana del Vigile».

Intanto, a lunghi passi, incalzava un’altra usanza che arrivava dall’America, il Babbo Natale (Santa Klaus) che oscurò per un bel po’ di anni la Befana, tant’è che il 6 gennaio 1978 si decise di annullare la festività, ma senza successo. A scuola le aule rimasero vuote e forse questa ‘reazione’ a Bari, come in altre parti d’Italia, fece risalire di quotazione la simpatica vecchietta.

Un’altra curiosa attenzione verso la favolosa Befana a scopo politico, si ebbe il 6 gennaio 1989 dove due consiglieri comunali: Lucio Albergo e Lucio Marengo, ebbero la felice idea di appendere una gigantesca calza al balcone dell’ingresso del Palazzo di Città scritto CARBONE dedicato, con una letterina di «rimproveri» al Sindaco e carbonella agli assessori.

Ancora oggi la Befana ‘Barese’ resiste al progresso in tutto il suo fascino, dedicandole manifestazioni artistiche e poetiche con doni carichi di solidarietà organizzate da  associazioni, enti pubblici e privati. Purtroppo, da tanto tempo, molti bambini di sei-sette anni sanno già chi è la vera

La Bèfàne vène de notte. 

Che le scarpe tutte rotte.

Che nu sciàlle a la paisàne,

U cappìidde a la romane,

Viva vive la bèfàne.

 (La befana vien di notte. / Con le scarpe tutte rotte. / Con lo scialle alla paesana, /

Il cappello alla romana, / Viva viva la befana).

Emerografia: Enrica Simonetti, «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, 6-01-1996; Enrico Annoscia, «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, 5-01-1997.

 Foto: «La bèfàne; Re Magi», Enzo Varricchio, «Il mistero dei doni», Allegato del Nuovo Corriere Barisera-Leccesera, gennaio 1997.

 Gigi De Santis

Centro Studi “Don Dialetto” Bari