Le origini di Bari

Da un interessante studio su «Le origini di Bari» dell’archeologo e direttore del Museo Archeologico di Bari presieduto dal 1909 al1957, Michele Gervasio (nacque a Monteverde di Lucania nel 1877, morì a Torre a Mare (BA) il 5 dicembre 1961. La cittadinanza gli ha dedicato una strada e un busto di bronzo nell’ex frazione Torre a Mare) estratto dal «Bollettino statistico del Comune di Bari» Anno I, 7 luglio 1916; l’autore scrisse che la più antica testimonianza archeologica  per quanto concerne l’origine di Bari fu scoperta da lui nel 1912 (e non nel 1913, come si è sempre, inspiegabilmente, ripetuto a partire dallo stesso Gervasio) nel giardino dell’ex «Ospedale Consorziale», “sop’a SSande Pìite” (nelle vicinanze di Piazza San Pietro), a meno di un centinaio di metri dall’attuale linea del porto dove individuò un villaggio preistorico (area che era stata già interessata da scoperte casuali nel 1817).Dapprima fu scoperta una tomba peucetica formata da una grossa lastra anche di tufo, e contenente uno scheletro, un’urna di stile geometrico, una coppa di stile corinzio, tre altri piccoli vasi e due punte di lancia.

Nel proseguire i lavori per la costruzione di un nuovo padiglione clinico, lavori che furono causa della scoperta, e che si svilupparono per una superficie di quasi 300 metri con 4 metri di profondità, si raccolsero una gran quantità di frammenti ceramici e un discreto numero di piccoli vasi integri, 36 pallottole di argilla forate (forse furono pesi da infilarsi alle reti dei pescatori), fusaiole di argilla e dischetti di osso per collana, teste di aghi crinali di osso con disegni incisi, perle di pasta vitrea, diversi frammenti di macina in lava vulcanica, un rozzo mortaio di tufo carparo, due pestelli, due punteruoli di osso a doppia punta e ben levigati per l’uso del cucire, astragali di diversi animali, corna di capra, corna di cervo e denti di cinghiale. Questi numerosi denti di cinghiale e le corna di cervo ci fanno trasportare col pensiero alle foreste scomparse e ai corsi abbondanti di acqua, che dovevano dare alla regione pugliese una fisionomia ben diversa dall’attuale.

Testi eloquenti dell’esistenza di un villaggio preistorico in quel luogo scavato furono frequenti macchie di cenere con carboni, l’abbondante terra grassa formata dai residui organici, e infine i numerosi pezzi d’argilla ben compressa e arrossata dal fuoco, sicuri avanzi dei focolari e dei pavimenti delle capanne abitate dalla gente preistorica.

A determinare con precisione l’epoca del nostro villaggio preistorico, concorre soprattutto la gran massa dei frammenti vascolari. La tecnica dell’impasto, la superficie lucida nera o rossa, il cordone plastico per ornato, la scarsa decorazione incisa, le forme dei vasi, i tipi caratteristici dei manici, tutti questi elementi, ricollegano l’industria vascolare del villaggio preistorico di Bari a quella della civiltà dell’epoca del bronzo, che nel secolo millennio avanti Cristo era diffuso in altre località pugliesi e nel resto della penisola.

Un avanzo di un piccolo crogiolo d’argilla spugnosa per l’intesa e prolungata azione del fuoco e ricoperto da uno strato di lava vitrea quale suole trovarsi sulle scorie, prova che posto, anche una parte  dell’industria metallica ebbe ad esercitarsi. In quello scavo non evidenziarono che il villaggio preistorico poté risalire oltre l’epoca del bronzo. Successive testimonianze, anche all’età del bronzo rintracciati dentro il giardino di Santa Scolastica (Ricovero di mendicità), circa 40 metri lontano dal cortile dell’ospedale, possiamo ritenere che, grazie al materiale scoperto, la Bari preistorica si estendeva, per lo meno su tutta l’estremità di quella lingua di terra che si spinge dentro il mare verso nord.

Negli strati superiori dello scavo il prof. Gervasio raccolse infine non pochi frammenti di anfore, un’erma di marmo e medaglie di epoca romana, nonché monete bizantine. La vita dunque si è sviluppata ininterrotta su quella penisoletta per la durata di quattro millenni. Negli anni che susseguirono, con nuove scoperte, il prof. Michele Gervasio, diventato archeologo di fama internazionale, scrisse nel libro «Guida di Bari», in collaborazione con Giovanni Mariotti nel 1931:

«Nella letteratura classica, Bari è ricordata soltanto a partire dal quarto secolo a.C.; ma i più antichi documenti vennero fuori dai sepolcri scoperti nell’interno della città, sepolcri del VII secolo a.C., non lontani dal Castello, e sepolcri del V e del VI secolo a.C. in Piazza Cavour; ed altri dello stesso V secolo a.C. si trovano presso la Chiesa di Sant’Antonio, in Via Abbrescia e sul Corso Vittorio Emanuele II, di fronte a Via Sparano».

Quindi, con il materiale di tipo terramaricolo scoperto nel 1912 nel giardino dell’Ospedale Consorziale dell’epoca del bronzo si può dedurre che le prime origini di Bari risalgono per lo meno a 1500 anni a.C., vale a dire 747 anni prima di Roma, essendo stata la città eterna fondata 753 anni a.C. Queste date però sono segnalate in base alle epoche accertate dal materiale storico scoperto; mentre sta di fatto che, per giungere la nostra Città a quel grado di civiltà, che ci indicano i valori d’arte rinvenuti, e quelli della prima età della pietra anche venuti a galla, doveva innanzi a sé contare necessariamente parecchi altri secoli, per non dire millenni di vita.