La statua di Niccolò Piccinni

Monumento_a_Piccinni

Il 2 dicembre 1984, in seguito a una mia segnalazione scritta e spedita a «La Gazzetta del Mezzogiorno» pubblicata l’anno prima, il 10 settembre 1983, il monumento a «Piccinni» tornava ai baresi, splendente (dal giorno dell’inaugurazione avvenuta il 10 maggio 1885, dopo novantanove anni di vita, l’effige non aveva mai visto un intervento qualificato). L’allora, amministrazione comunale presieduta dal sindaco Franco De Lucia, dopo quasi un anno di approfondimenti tecnici, a cura della Soprintendenza per i Beni ambientali e architettonici di Bari, l’opera di restauro (la statua era conciata piuttosto male, interamente ricoperta da una patina provocata da agenti atmosferici e smog per di più, in diversi punti il marmo si era addirittura corroso “sfarinandosi”) è stata effettuata da un’impresa specializzata diretta da Roberto Bellantuono, mentre  lavori di pulitura erano stati eseguiti dalla ditta «La Lucente s.p.a.». Il 21 settembre 2002 il sindaco Simeone Di Cagno Abbrescia rimise, nella mano destra del famoso musicista barese, la penna mancante realizzata e donata dall’artista barese Mario Piergiovanni (Bari 15-04-1927 / 9-04-2009).
Da un interessante articolo pubblicato su «La Gazzetta del Mezzogiorno» del 7 maggio 1995, a firma dell’indimenticabile storico e demologo barese Alfredo Giovine, leggiamo il singolare avvenimento dell’inaugurazione della statua.

«Il monumento a Niccolò Piccinni fu inaugurato il 1885, anche se alla base è indicato l’anno 1884. Con la caduta dei Borbone, la passione per l’arte musicale fece nuovi proseliti e l’attenzione di elementi di elette virtù si fermò sulla figura del compositore barese, morto a Passy (Parigi) il 7 maggio 1800. In tale clima propizio il concittadino Giovanni Guarnieri, nel 1878 tradusse dal francese, per conto della “Editrice Loecher” di Torino, parte di un libro di Desnoiresterres ed intitolò il lavoro “Niccolò Piccinni”. Il libro andò a ruba ed incoraggiò l’autore a proporre ai baresi l’erezione di un monumento al sommo musicista. Si formò un comitato ed il prof. Chiaia fu inviato a Parigi per traslare i resti dell’Artista, ma purtroppo la tomba non fu individuata. Si pensò, quindi, di pubblicare il numero unico “Barinon”, ed il ricavato della vendita servì a raccogliere in parte i fondi occorrenti per l’opera. Il 28 maggio 1882 il comitato, presieduto da Saverio Favia e composto da De Cagno, Fallacara, Guarnieri, Mossa, Nitti, De Rossi, Bottalico, Pantaleo e Petruzzelli fece affiggere una lapide in Bari Vecchia al n.2 di Vico Fiscardi (Piazza Mercantile): “È in questo vicolo la casa – nella quale –  il giorno 16 gennaio 1728 nacque Niccolò Piccinni. 28 maggio 1882”. Un’altra lapide fu murata sulla facciata della casa dove nacque l’operista e per l’occasione vennero distribuiti opuscoli commemorativi. Subito dopo si contattò lo scultore barese Fiore, che soggiornava a Napoli per perfezionare la sua capacità professionale presso l’Istituto Reale di Belle Arti, gli fu ordinato di portare a termine il progetto. Con il contributo del Comitato dei cittadini e della Provincia il 10 maggio 1885 (e non il 1884) fu inaugurato ufficialmente il monumento con un’affluenza di pubblico che una fotografia scattata in quell’occasione, dimostra con più eloquenza delle parole. Costò 28.000 lire, somma enorme per quei tempi, cosa che fu sottolineata dall’oratore ufficiale, l’erudito avvocato Michele Bellucci La Salandra. L’esaltante orazione fu accolta da fragorosi applausi ed evviva, mentre le bande del 57° e 58° Reggimento di Fanteria intonavano allegre marce. Più tardi i due complessi eseguirono, ascoltati da numeroso pubblico, la sinfonia dell’ “Atìs” e quella del “Roland”. Nel frattempo il monumento venne preso in consegna dal sindaco Giuseppe Signorile, “il più bel sindaco d’Italia”, che si era prodigato per dar corso ad un programma straordinariamente nutrito da svolgersi fino a tarda notte. Col Corso illuminato a giorno, il Teatro Piccinni aprì le porte dando il “Napoli di Carnevale” di De Giosa. Fra un atto e l’altro furono eseguite arie dell’ “Artaserse”, della “Cecchina” e del l’ “Alessandro delle Indie”. Il programma teatrale si concluse con la sinfonia “A Piccinni” di Enrico Annoscia e “Omaggio a Piccinni” del m° Nicola Faenza. Michele Bellucci, sul palcoscenico, concluse esaltando le virtù artistiche di Piccinni ed anticipando quanto Mascagni ebbe a dire in una lunga conferenza tenuta quindici anni dopo in occasione del primo centenario della morte del grande barese “Piccinni”, sono parole di Mascagni, [nome glorioso, indissolubilmente legato alla pagina più gloriosa del teatro lirico (…) cavaliere gentiluomo innamorato del canto eterno della sua patria (…). Io sono piccinnista sincero e convinto perché in Piccinni ritrovo la fonte genuina del teatro lirico italiano (…). Piccinni aveva, come artista, una coscienza altissima. A lui si deve lo sviluppo e l’unitezza degli elementi drammatici e descrittivi che nel melodramma italiano erano fino allora poco spiegati o disgregati; e fu Piccinni che immaginò ed attuò per primo i finali delle opere, concertati e divisi in diversi movimenti; e da Piccinni fu accresciuta la ricchezza e la varietà della parte strumentale (…). Se avessi l’autorità direi ai cittadini di Bari: «Fate voi per lui quello che Piccinni voleva fare per Gluck, rammentate la sua lettera! Fate che ogni anno in questa bella e cara città il nome sia richiamato alla mente e al cuore degli italiani. Le nuove generazioni hanno il diritto di conoscere le fulgide glorie del passato; e l’Italia ha bisogno di rinverdire l’arte sua con il ricordo continuo dei maggiori esempi».] E Mascagni aggiunse: [Questa regione così pronta ad ogni entusiasmo (…) è chiamata dal destino a portare davanti al nostro popolo il più sublime esempio di italianità e di civiltà. Perciò io amo doppiamente la Puglia perché, più di ogni altra regione del nostro Paese, mi offre l’immagine dell’italiano dei miei sogni e delle mie aspirazioni].».
Don Alfredo Giovine, ad un’intervista del giornalista della «Gazzetta», Liborio Lojacono,  del 3 febbraio 1984, scoprì che anche i francesi onorarono il compositore barese, dedicandogli un busto in pietra collocato sulla facciata dell’ «Opéra» di Parigi.